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Manifesto per un MUBIS


Mùbis è un acronimo.

E un po' di cose assieme.


C'è il Museo, cioè la parte culturale del nostro progetto, quella che attraverso un museo di racconti sulla disabilità vuole mettere in evidenza che la disabilità è anche una questione culturale (non solo medica, non solo assistenziale) e che quindi riguarda tutt*.


Poi c'è il Bistrot, e qui la spiegazione dovrebbe farsi più facile: un piccolo ristorante dove lavorano anche persone con disabilità intellettiva o con autismo.

Già qui il Mù e il Bis andrebbero bene.


Ma la forza dell'acronimo sta proprio nella loro unione, che poi è lo stesso obiettivo che li accomuna: l'Inclusione Sociale.

Perché il Museo e il Bistrot si autoalimentano, si danno forza, l'uno all'altro.

Il Museo è la parte teorica, che rischia di ricevere un "tutto giusto, però" se non avesse al suo interno il Bistrot. Facile dire che "l'inclusione è una sfida", ma poi devi praticarla. E il fatto di vedere come il Bistrot a una certa ora prende forma al posto del Museo, beh, è qualcosa di davvero molto pratico.

E lo stesso vale per il Bistrot, al contrario. C'è tutto un lavoro di progettazione dietro - passato, presente e futuro - una certo grado di sensibilità che è rivolta a superare i classici setting legati alla disabilità per proiettarsi all'esterno, al contesto extra-disabilità. E' qui che la sfida con l'inclusione si pone.


Ecco che allora la dimensione e la vocazione del Mùbis si manifesta. Non vogliamo solo un Museo e un Bistrot. Non ci basta neanche che questi si intreccino in modo nuovo e tutto da scoprire.

Vogliamo che il locale diventi anche un community hub, un luogo dove la progettazione sociale si possa confrontare con altre realtà e - soprattutto - si rivolga all'esterno.

Un hub di progettazione sociale per la comunità, per il quartiere, dove mettere alle spalle la concezione dei laboratori per disabili (sì, quelli che fanno cose attorno a un tavolo, le fanno magari male e poi gli operatori le aggiustano alla belle e meglio, e poi vengono esposte e qualcuno dice: "questi li hanno fatti loro, i ragazzi", e neanche si accorge che così si è creata una distanza siderale, noi e loro, gli adulti e i ragazzi-vita-natural-durante).

Un community hub dove la progettazione sociale è pensata anche con realtà non necessariamente legate alla disabilità, e quindi l'eventuale laboratorio è fatto anche con persone con disabilità. E nel caso in cui ci fosse bisogno - lo capisco, ci lavoro - di momenti ad hoc più protetti, o anche di momenti in cui più semplicemente c'è bisogno di un tempo diverso, più lungo, per apprendere qualcosa, una tecnica, un saper fare, beh ecco allora che si può anche riprendere il laboratorio per disabili ma lo si mette in una cornice diversa, all'interno di un orizzonte di senso diverso, lo si fa dialogare all'interno di una progettazione più ampia e condivisa dove uno fa questo e l'altro fa quest'altro e poi ci si incontra.


Non mi sembra impossibile, e non mi sembra così difficile. L'ho già sperimentato e può funzionare. Servono però operatori in gamba, disposti a dimenticarsi di essere solo operatori. Servono realtà esterne che vogliano davvero mettersi in gioco, e che non scelgano di partecipare perché "che bello, così aiutiamo i disabili". Serve la capacità di dire questa persona questa cosa la può fare, mentre questa persona non è in grado, senza che nessuno si offenda. Serve il rispetto delle competenze da parte di ogni realtà, senza che nessuna voglia mettere il cappello in testa all'altra. Servono pochi in soldi, o meglio non più di quelli che già girano, perché è diverso solo il modo di utilizzarli. Serve un po' di pazienza con i genitori, che volenti o nolenti sono troppo abituati a interagire con certe modalità, anche se a loro per primi non piacciono. Serve uno spazio in mezzo a un quartiere, e quello per fortuna ce l'abbiamo.


Questa è l'idea del Mùbis, e se non fosse chiara, allora facciamola!


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